Son passate le 18 e sono ancora in studio a lavorare, ma è tutto il giorno 
che ci penso. In verità è molto tempo che ci penso, più o meno da quando 
si è deciso di prender parte a questo pellegrinaggio: ce la farò a far quasi 
venti chilometri a piedi al freddo? E poi, in fondo in fondo chi me lo farà mai 
fare di andarci a piedi, e per di più di notte in pieno inverno al santuario di 
Caravaggio? Potrò benissimo andarci con Daniela ed i ragazzi una 
domenica della prossima primavera! 

Tanto per cambiare alle 19 sono in macchina sulla Paullese nei pressi 
dell’Ospedale di Crema al telefono con Gianni Oppizio, il mio Magister per 
chiedergli la strada per arrivare alla Cappellina degli Scout, luogo dove ci ritroveremo. 
Siamo in 6 “inviati speciali” del neonato MASCI di Cinisello, accolti con 
grande affetto da quasi 150 fratelli scout. 
Già la vista della cappellina con la Madonna degli Scout posta sulla parte 
esterna della chiesa con la lapide del decennio della rinascita dell’ASCI nel 
54, traslata dal MASCI di Crema nell’86 in quel luogo, ed anche la 
cappellina interna, pochissimi metri quadri di un’immensa spiritualità, da 
sole meritano il viaggio. 
Ma poi “mi tocca” conoscere don Mauro, che negli ultimi 45 anni (credo sia 
anche di più!) è stato ed è A.E. del gruppo di Crema 1; mi ha fatto una 
certa impressione quando mi ha chiesto se c’ero quando insieme al Baden 
ha fatto la discesa del Rodano con i canotti (nota per il lettore: era l’estate 
del 59, ed io sono nato nel dicembre del 59!) ed anche questa è un 
esperienza che vale il viaggio. 
Dopo una breve ma intensissima cerimonia nella chiesa, nella quale 
riceviamo con gioia i saluti affettuosi del Vicario Episcopale di Crema, don 
Mauro ci spiega come si svolgerà la “camminata”, grazie all’aiuto dei 
volontari della CRI e, per il tratto cittadino, della Polizia locale di Crema. 
E alé, si comincia… 
Fa freddo, e dopo un’oretta e mezza di cammino, a circa un terzo del 
percorso il vin brulé rovente bevuto in quantità industriale rigorosamente a 
stomaco vuoto non dà alcun effetto alla testa, il che per uno che per 
mestiere pratica la medicina vuol dire che è già stato metabolizzato prima 
di averlo bevuto! Camminare insieme a persone che non avevi mai visto 
prima, ma coi quali avevi indirettamente percorso un bel po’ di strada 
insieme fa volare il tempo. 
Però in effetti il vin brulé qualcosa ha prodotto: Aristide, Felice e Sante 
hanno coinvolto i malcapitati che avevano la sventura di stare intorno a 
loro in una cantata in purissimo stile scout, naturalmente usando la 
versione più antica del canzoniere in possesso di Aristide (che spero mi 
perdonerà questa affettuosissima battuta!). 
Dopo circa un’altra oretta e mezza arriviamo al secondo ristoro, questa 
volta al caldo e fa un certo effetto l’appannamento degli occhiali che non 
passa neanche dopo cinque minuti! Qui “sbrano” due o tre meravigliosi 
panini al salame insieme ad una quantità non precisata di barbera (12 km 
a piedi avendo mangiato l’ultima volta dieci ore prima…..), ed anche qui il 
momento di convivio tra gente che porta il foulard da almeno 37 anni 
(sono io, credo uno dei più giovani!) è meraviglioso. 
Ma è nella terza tappa che mi succede la cosa più strana, quella che 
renderà indimenticabile questo pellegrinaggio. 
Corre l’obbligo di fare una premessa: camminare non è mai stato un 
problema, il mio primo campo estivo di reparto a 12 anni fu in quella che 
molti anni dopo si sarebbe chiamata Costa Smeralda e la tappa di campo 
mobile che ricordo di più era di 19 km, percorsi dal sottoscritto sotto il sole 
con zaino e batteria di squadriglia, e in Codera ci sono stato parecchie 
volte… 
Ma il problema era che don Mauro aveva previsto la recita del Rosario: 
come tutti voi amo pregare, ma in un modo che con autoironia definisco 
un po’ anarchico. In verità non ho mai amato molto la recita del Rosario, 
l’ho sempre giudicata ripetitiva: quando prego con i miei ragazzi dico loro di 
farlo piano, con calma, cercando di riflettere su quanto stanno dicendo, e 
soprattutto di non dire le preghiere “a macchina”. Ecco per me il rosario era 
sempre stato un modo di pregare “a macchina”. 
Probabilmente è stato per quello che stavamo facendo, un pellegrinaggio, 
che tra l’altro io avevo deciso di fare per chiedere a Dio un pochettino di 
saggezza a mia figlia Giulia che, guarda il caso, a 14 anni da compiere 
aveva deciso di lasciare il fazzolettone. 
Probabilmente è stata la gente con cui l’ho detto, gente mai conosciuta 
prima ma la cui vicinanza d’animo era fisicamente palpabile. 
Probabilmente è stata anche l’animazione di don Mauro , che ha reso 
quella che per me era una “cosa” ripetitiva una delle più belle preghiere 
che abbia mai recitato! 
E poi la conclusione: avevo visto Caravaggio più volte, ma con le nostre 
torce, il recinto aperto solo per noi, un’illuminazione che rendeva magico il 
santuario e quella splendida stanchezza nelle gambe, unite all’impagabile 
sensazione che quella sera mi ero avvicinato di qualche metro a Dio hanno 
reso la strada verso casa quasi triste…… 

roberto tovini